
Trieste è una città difficile da “inquadrare” in senso lato, eppure, quasi paradossalmente, ha costruito nel tempo un legame molto profondo con il cinema, l’arte di inquadrare per eccellenza. Un legame che sfiora la dimensione della mitologia, quasi quanto quello – più spesso celebrato – con la letteratura, con i fantasmi di Joyce, Svevo e Saba che ancora aleggiano tra le vie del centro.
Trieste ha una vocazione naturale per il transito. Gente che arriva, che parte, storie che si incrociano. Forse è proprio questa porosità, l’essere luogo di confine, e per di più un porto, ad averla resa, negli anni della Cortina di Ferro, scenario ideale per il cinema di spionaggio. Ma la connessione profonda tra Trieste e il cinema non è solo figlia della sua geografia. È stata, infatti, tra le prime città italiane in cui il rapporto tra pensiero e schermo si è sviluppato in modo tangibile e fertile, attraversando diverse generazioni. L’esperienza dei cineclub, il lavoro di divulgazione della Cappella Underground, la precoce intuizione di Tino Ranieri – che già negli anni Cinquanta portava lo studio del cinema all’università – proseguita poi da Alberto Farassino, Antonio Costa, Francesco Casetti e Roberto Nepoti, hanno gettato le basi per un’esperienza ancora viva. Da quella stagione formativa sono usciti critici, programmatori, curatori, docenti che hanno dato forma all’ecosistema culturale attuale: una generazione intera deve qualcosa a Trieste e al suo modo così puntuale di osservare il cinema. Accanto allo studio si è sviluppato il tessuto dei festival: dal Trieste Film Festival al Science+Fiction, da ShortTS a I mille occhi, insieme alle molte rassegne che si sono stratificate nel tempo trasformando la città in un laboratorio permanente di visioni, linguaggi, in comunità di spettatori. E poi c’è il fare. Le troupe che passano, le numerose produzioni che scelgono questa città per il suo profilo ambiguo, per quella luce obliqua, quasi metafisica, dechirichiana, che trasforma ogni strada in un possibile set. Attraverso le sue attese, i margini mobili, le zone d’ombra e un’identità che sfugge alle definizioni, Trieste continua a offrirsi al cinema come uno spazio libero e audace luogo di pensiero, di pratica e lungimiranti visioni.

