
Intervista alla grintosa ambasciatrice del cinema dell’Europa Centro-Orientale.
All’inizio fu un nome: Annamaria Percavassi. Pioniera dell’Associazione Alpe Adria Cinema e tra i fondatori della Cappella Underground, un cineclub d’avanguardia. Il suo Trieste Film Festival, ora è la principale piattaforma italiana dedicata al cinema dell’Europa centro orientale.
Nicoletta Romeo ne raccoglie il testimone nel 2016, quando diventa la direttrice artistica. Prima, dal 1995, tanta gavetta. Di quella indomita realtà associativa culturale nata nel 1989 è la vice presidente, con Monica Goti che cura il management e l’organizzazione. Un gineceo folgorato dalla settima arte, come il percorso di questa ambasciatrice del cinema indipendente e d’autore che aveva già coordinato a Venezia la Settimana internazionale della Critica dal 1999 al 2006, nel 2012 fondato la società Mansarda Production e con i suoi film era approdata alla Berlinale, a Toronto. E a Cannes. Ma torniamo al lavoro certosino che l’ex Casa del lavoratore portuale, come una matrioška operosa, contiene.
Romeo, ci racconti la genesi.
Annamaria Percavassi per noi è stata una grande maestra, e la sua eredità non è stata facile da accettare, ma lo abbiamo fatto, con umiltà. L’abbiamo modernizzata, anche se già allora la vocazione era internazionale, pur con un pubblico locale. Lei era figlia della sua epoca, quando il cinema si godeva solo in sala e non c’era ancora una visione del festival come settore industry o come laboratorio di formazione permanente. Di certo, negli ultimi 15 anni, è esploso. Abbiamo co-organizzato –assieme al Fondo Regionale per l’Audiovisivo FVG– il forum di coproduzione internazionale When East Meets West, ora uno dei maggiori mercati di cinema in Europa, con l’idea di far incontrare i professionisti dell’industria cinematografica dell’Est e dell’Ovest in Europa. Poi c’è una parte importante dedicata all’alta formazione, con corsi di sceneggiatura per giovani, una sorta di factory. E la Trieste Film Festival Academy rivolta agli universitari, circa un centinaio, tra italiani ed europei, provenienti da Sarajevo, Sofia, Budapest, Praga e da molti altri paesi della Nuova Europa, impegnati per 6 giorni in un programma obbligatorio di masterclass, incontri e proiezioni.
Questi giovani vengono da altri mondi ma non per questo meno educati a una certa estetica.
Nonostante la nostra tradizione di Neorealismo, di grande cinema italiano, purtroppo spesso gli studenti italiani che vengono a Trieste non sono pienamente consapevoli di questo. Anzi, del nostro aureo passato gli stranieri ne sanno molto di più.
Come se mancasse un’educazione allo sguardo.
Questa invece nell’Europa dell’Est c’è ed è molto forte. Proprio lì ci sono le più prestigiose Accademie ed Università di Cinema come la FAMU di Praga dove sono andati a studiare non solo cechi o slovacchi ma anche ungheresi, francesi, serbi, italiani. Se c’è una cosa che il TSFF è riuscita a fare è stato quello di sbaragliare gli stereotipi soprattutto sull’Est Europa attraverso il cinema, e grazie ad una fitta rete di eventi collaterali che spaziano dalla fotografia alla letteratura, o meglio all’arte in generale. Un modo per dire: venite qui per nove giorni e imparerete a conoscere l’Europa dell’Est.
“Ogni anno dedichiamo un focus, Wild Roses, ad un gruppo di cineaste talentuose di un paese europeo sempre diverso.
Alla 28ª edizione del Festival del Cinema Sloveno di Portorose, sei stata ospite d’onore e “Friend of Slovenian Cinema” di quest’anno. Potremmo chiamarlo Festival prossemico, visto che ci è accanto. In cosa ci è simile e in cosa differisce, in un contesto come il nostro dove la parola confine emerge carsicamente?
Il confine per me non esiste e la cultura del cinema aiuta molto in questo. La Slovenia è un Paese piccolo, con una forte spinta conservatrice, protettrice verso la propria identità, ma dall’altra c’è la voglia di emergere. Gli sloveni da un punto di vista cinematografico sono interessanti perché sono gli unici nella ex Jugoslavia che hanno meno legami e meno debiti nei confronti del cinema balcanico. Raramente si parla di guerre o di rotte balcaniche, temi molto presenti nei film degli altri paesi della ex Jugoslavia.
Emancipazione o bisogno di creare nuovi sentieri uscendo anche da una certa retorica.
È il costruirsi di identità. Ogni anno dedichiamo un focus, Wild Roses, ad un gruppo di cineaste talentuose di un paese europeo sempre diverso. Dopo Polonia, Georgia, Ucraina, Germania e Serbia, dal 16 al 24 gennaio al TSFF omaggeremo la Slovenia. Più di 13 lungometraggi e 10 cortometraggi, e tantissime donne, diverse, tostissime. Chi si esprime con l’animazione come Špela Čadež, chi nel documentario come Petra Seliškar o Maja Prelog, o giovani esordienti di successo come Urška Djukić, Kukla e Ester Ivakič.
Se si può parlare di un cinema di genere, le donne che tipo di identità supplementare portano come sguardo.
Le donne registe non raccontano la grande Storia, ma le piccole storie che la costituiscono. E poi hanno una sensibilità sul corpo femminile che io intercetto subito: la riconosco da una inquadratura. Lo sguardo costruisce il mondo scegliendo cosa e come raccontarlo.

