
Basterebbe interpellare qualche “boomer”, oppure che uno di essi interpellasse la propria memoria, per disegnare una toponomastica dei cinema triestini distante anni luce dalla situazione attuale (che di fatto relega le sale in tre zone della città). I racconti poi consegnano una serie di abitudini, collegate alla visione di un film, che alle giovani generazioni possono sembrare persino assurde.
Pure, tutto parla di qualcosa che appartiene decisamente al passato.
Passeggiare per gli scaffali di un mega-emporio che la vox populi collega ai cinesi, sapendo che quello era il luogo dove venivano proiettati i film di James Bond; correre su un tapis roulant a pochi metri dallo schermo che rimandava le avventure di Luke Skywalker nel primo “Star Wars”; recarsi per una pratica pensionistica nella sede dell’INPS impadronitasi nel frattempo della sala in cui Katharine Hepburn diceva ad Henry Fonda “You are my knight in a shining armour…” (lo diceva con la voce di Isa Bellini, scriverlo in inglese fa più “à la page”); acquistare penne e quaderni nello stesso luogo dove Michael Corleone aveva condannato il fratello Alfredo: se da un lato è vero che ragionamenti di questo genere inchiodano una persona alla sua età, dall’altro raccontano di una città in cui il numero di sale cinematografiche potrebbe sembrare, oggi, persino sproporzionato.
Nel secondo dopoguerra, e per tutti gli anni Cinquanta, Trieste poteva contare su circa 35 sale attive.
Nel secondo dopoguerra, e per tutti gli anni Cinquanta, Trieste poteva contare su circa 35 “cinematografi” attivi con programmazioni quotidiane spesso doppie (matinée e serali). Fra gli anni Sessanta e settanta, un primo declino; il crollo, nei decenni successivi.
Oggi restano le sale che fanno capo alla EGM cinema (nella parte superiore di Viale XX settembre), la multisala The Space al centro commerciale “Le Torri d’Europa”, il cinema Ariston, di recente ristrutturato ma privo già da tempo dell’arena all’aperto (dove chi scrive ha assistito per la prima volta a “Barry Lyndon” e dove di fatto si potevano recuperare i film della stagione appena conclusa in virtù della programmazione attenta di Mario de Luyk), ma anche lo spazio estivo del Giardino Pubblico.
Soprattutto resta, per i triestini non giovanissimi, il ricordo di una serie di abitudini che le nuove generazioni non conoscono perché si sono polverizzate in meno di un decennio.
Ad esempio: le seconde visioni. Chi non riusciva ad assistere ad un film all’Excelsior, al Fenice, al Nazionale, al Ritz o all’Eden (a volte perché non poteva permetterselo), era certo di ritrovare quel film, un mese e mezzo dopo, al Capitol (dove tornavano i Disney), all’Aurora o al Cristallo (che fra l’altro quasi ogni estate riproponeva i film di 007). L’Impero, il Ferroviario, il Vittorio Veneto ed altri, fungevano addirittura da sale di terza visione.
Ancora: una volta, i ritardatari potevano entrare in sala a programmazione iniziata, ed assistere alla proiezione successiva fino a quando arrivava la scena corrispondente al loro ingresso…
I ritardatari potevano entrare in sala a film iniziato, ed assistere alla proiezione successiva fino a quando arrivava la scena corrispondente al loro ingresso...
Fino al 1975, all’interno di una sala cinematografica era consentito fumare (cosa che conferiva ad alcune di esse una fragranza tutta particolare e certamente già allora poco apprezzata).
Intendiamoci: ancora oggi, assistere a un film in una sala, è un rito (quanto collettivo, resta da stabilire). Un tempo però, anche in virtù di quanto sopra, il rito seguiva regole ben precise: alla scelta del film non era indifferente la stessa sala (vuoi per la distanza, vuoi per il fascino, vuoi per infinite ragioni), né il gusto di assistere a quelli che allora si chiamavano “provini”, antesignani assai più lunghi dei trailer, a loro volta parte integrante dello spettacolo. Spettacolo che, come risulta dalle conversazioni degli amici, quando si ritrovano, ha lasciato un evidente e straordinario ricordo.

