
Il bisogno di lasciare il segno non è retorica dell’egocentrismo moderno, bensì un rituale che l’umanità continua a sperimentare da migliaia di anni. I graffiti riflettono un mondo dove l’espressione si fa superficie e il colore regala forme e geometrie artistiche uniche nel suo genere. Quando gli spazi bianchi accolgono creature immaginarie e gli uomini e le donne si fermano a contemplarli ecco che l’operazione può dirsi completa. Dal tempo delle caverne fino ad arrivare ai murales contemporanei, il significato di quel segno è sempre lo stesso: come una catapulta, fa gioco sul senso estetico per sganciare il proprio messaggio.
Trieste ha un rapporto complesso e altalenante con i murales. Da qualche anno a questa parte il Comune ha intravisto nell’arte di strada la possibilità di abbellire zone e spazi un tempo degradati. Se il centro vive la sua bellezza quasi con gelosia –e le forme artistiche come i murales, ma anche apprezzabili disegni e pavimenti a mosaico rimangono nascosti al cospetto di monumenti più celebri–, è la periferia che vive la metamorfosi del colore più visibile.
Si tratta di spazi come Borgo San Sergio, divenuti nel corso del tempo oasi di pace e di serenità comunitaria, o il quadrilatero di Melara, restituito a nuova vita anche grazie al progetto MelArt; ed è proprio l’arte di strada che diventa il pretesto per uscire dal reticolo del centro storico e per mettersi in viaggio alla scoperta di ciò che la periferia ha da raccontare. Ricercare i murales è operazione di merito, cercata soprattutto per restituire celebrità a ciò che il visitatore oggi fa sempre più fatica a raggiungere. Inoltre, può essere anche pretesto per riscoprire angoli dimenticati nel tempo.
Mettersi in viaggio alla scoperta di ciò che la periferia ha da raccontare.
Tutto è “terapeutico”, come scrive Ugo Guarino sulle pareti degli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Può esserlo anche un murales o una semplice scritta. Ma ci sono forme d’arte –non solo graffiti– che escono dal perimetro che la banalità scolpisce sulla mappa. È un po’ come imboccare la ciclabile (che poi è un’ex ferrovia transfrontaliera che racconta l’epopea di treni tra Trieste e il Carso) che da San Giacomo conduce verso Draga Sant’Elia. Qui, nei pressi di un cavalcavia esplode l’esortazione dialettale a spingersi un po’ più in là: “Però… camina!!!”. Alla fine, i murales diffondono le storie di chi è rimasto fuori dal giro che conta e la loro presenza diventa funzionale alla ricerca delle cosiddette nicchie culturali.
Nell’ala destra dell’edificio centrale dell’università, salendo fino al quarto piano e guardando giù, si noteranno dei mosaici che ricordano le province della Venezia Giulia tra le due guerre. La forma artistica è impressionante, ma è la sua posizione seminascosta agli occhi di chiunque a renderla interessante; così come lo è il grande murales che ricorda una delle redazioni de Il Piccolo, storico quotidiano della città fondato a fine Ottocento, e che in piazza Goldoni, seppure scolorito, fa bella mostra di sé.
Potrebbe risuonare alla stregua di una caccia al tesoro, l’operazione triestina dei murales. Ci sono segni che rimangono appiccicati a pareti di edifici dismessi, di quelli che un tempo ospitavano grandi idee imprenditoriali. È il caso, ad esempio, della targa che in pendice dello Scoglietto, nel rione di Cologna, ricorda la prima bottega di Ottavio Missoni. Il maglificio Venjulia non esiste più, ma in quella stradina stretta in discesa si trovano gli albori dell’impero della moda realizzato dallo stilista di origine dalmata. La targa è lì, affissa ad una colonna di cemento, dimenticata dai più e nascosta alla vista dei tanti. Rappresentano vicende passate che in questa città hanno avuto impatti culturali più o meno considerati. Ma le forme d’arte su strada nascono anche in periodi difficili e non solo per diletto: la propaganda murale realizzata pre, durante e post seconda guerra mondiale la si trova ancora, in alcuni quartieri della città.

Le forme d’arte escono dal perimetro della banalità.
Sono scritte o disegni (li chiameremmo stencil, oggi) che richiamano al Ventennio, alla liberazione dal nazifascismo o all’arrivo delle truppe jugoslave nel maggio del 1945. Sono relitti che oggi vengono ignorati quasi da tutti, ma campeggiano ancora, sbiaditi nel loro carattere anacronistico, eppure così significativi dal punto di vista storico. Il senso dell’operazione murales è che alla dimensione già di per sé affascinante sotto il punto di vista dell’architettura, la città ha aggiunto colori contemporanei, frutto della creatività di artisti nati e cresciuti all’ombra di San Giusto. Sono macchie di vernice che abbelliscono quartieri, facciate ed edifici che fino a qualche anno fa vivevano nell’anonimato. La mappa cresce giorno dopo giorno, in virtù di attuali sensibilità che sono state fatte emergere. Riscoprire lati dimenticati della città rappresenta il modo per riconsegnare alle periferie il loro giusto ruolo nell’urbe. Far sì che anche il visitatore possa contribuire a tutto ciò è disegnare un “nuovo” approccio nell’apprezzare non solo la Storia di questa città, ma anche e soprattutto il suo presente.

