
La vera storia di una città, con tutto il suo popolo, è quasi sempre racchiusa nei racconti di periferia, quei luoghi ai margini dello sguardo, dove agglomerati di vite si sono ritrovati a condividere spesso gli stessi ideali, gli stessi disagi, tanto quanto la stessa urgenza di esprimere la propria voce. È là, negli spazi declassati e spesso stigmatizzati che ancora oggi è necessario portare il proprio corpo per cogliere la vera culla di un’intera realtà cittadina, lontana dalle comodità e dalle apparenze, figlia soltanto di vissuti spesso dimenticati. Esprimere la propria voce, in questo viaggio, tira in ballo l’arte chiamata “di strada, o più contemporaneamente “arte urbana” e ne fa il cuore pulsante di singole storie fino a diventare una vera e propria voce collettiva.
Quartiere di Valmaura. Il più popolato di tutta la città e che vanta la più alta concentrazione di strutture sportive, una delle quali prende il nome di Pino Grezar, calciatore del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga insieme a tutta la squadra. Ma non solo chi ha vinto gli scudetti è nel cuore di questo rione, che conserva la storica Risiera di San Sabba dove morì –tra i tanti– Giuseppe Pino Robusti, il giovane innamorato immortalato nella scultura “Cantico dei cantici” dello scultore Marcello Mascherini in piazza Oberdan. C’è anche chi è morto per amore del calcio e che ancora oggi incendia il cuore degli ultras della Triestina: il tifoso Stefano Furlan, che vede la sua memoria nella grande opera a lui dedicata. A concretizzare la volontà di portare ricordo ed estetica nelle periferie di Trieste è il progetto “Chromopolis – la città del futuro” che ha coinvolto 27 artisti locali per dipingere 11 opere nel centro del rione, attraverso un’arte gravida spesso di repressione, nata un tempo nella clandestinità di giovani artisti che sentivano il bisogno di comunicare l’esigenza di un riscatto tra immagini e parole. Da Stefano Furlan alla bora di Trieste; dal golfo con le sue specialità ittiche e l’evoluzione del writing, fino a “Zeno e la sua coscienza” di Fabrizio di Luca, situata sotto la statua di Nike che domina il piazzale del quartiere. Se c’è Zeno in onore a Italo Svevo certo non manca James Joyce con disegni tratti dall’Ulisse nell’opera “Trieste” realizzata in via Flavia da Stelio Pupet e Texis, artisti greci che raccontano la città tra tavolini di osteria travolti dai “refoli” di bora. Sport, letteratura e mare vedono le migliori sinestesie nei tratti di tutti questi artisti che a Valmaura hanno portato colore e attenzione, aiutati e supportati dagli abitanti del quartiere che con loro hanno condiviso storie, aneddoti e appartenenze del luogo.
Il progetto “Chromopolis – la città del futuro” ha coinvolto 27 artisti locali per dipingere 11 opere nel rione di Valmaura.
Il cuore della memoria che questa arte sa rendere immortale è anche nel rione di Servola, un piccolo borgo sul colle che ancora conserva quella dimensione di comunità, il senso di appartenenza tra i piccoli negozi e le osterie tradizionali, rimaste autentiche negli odori e negli umori. È in una piazzetta che gli occhi si immergono nell’opera “Look Up” dedicata a Nadia Toffa, giornalista delle Iene che ha lottato insieme agli abitanti del luogo contro i danni provocati dallo stabilimento di produzione della ghisa, in seguito demolita e ormai solamente un ricordo. Qui è stata la mano dell’artista Gabriele Bonato insieme ai ragazzi dell’Edilmaster a realizzare il dipinto che vede un uccellino sovrastare i fumi della ferriera, come simbolo di purezza e di forza sul male. E se di simbologia non si è mai sazi, è ad Altura che bisogna fermarsi, magari per una tappa nel grande parco giochi che dall’alto offre un panorama dal Carso fino a Muggia, dove l’artista Kiki Skipi ha portato “I naviganti dei sogni”, protagonisti delle fiabe classiche nella veste di eroine erranti, portatrici di sogni da rincorrere, come chiave di speranza per i giovani. Un viaggio che non si ferma, ma che ricorda invece chi i viaggi li ha fatti per scappare e trovare redenzione in questa “città di confine” che spesso non ha accolto, ma rigettato. L’arte urbana ci parla anche di questa urgenza socio-storica, dei migranti che da sempre passano di qui e che nel 2015 ha visto la prima grande opera di strada sul palazzo Ater di via Cumano, nei pressi dell’ippodromo, con il dipinto “What if I lose everything? What if I lose everyone”, dell’artista Mattia Campo Dall’Orto, a simboleggiare quanto la perdita “dell’altro da sé” riguardi sempre una nostra possibile sconfitta, proiettando l’opera in un metodo antropologico per immergersi in un contesto sociale e renderlo, quindi, universale. L’approccio di Mattia lo ritroviamo anche sulle pareti della storica Casa delle Culture, fucina di molti artisti di strada che hanno lottato per emancipare questa arte, ad oggi finalmente riconosciuta. La storia della periferia raccontata attraverso la “street art” si prefigge lo scopo di immortalare, tanto quanto di denunciare; di ricordare tanto quanto di condividere. In questa direzione, infatti, si può leggere la grande opera “Home sweet home” di Davide Comelli, che ha raccontato lo spirito del quartiere sulla cantieristica navale, poi trasferita a Monfalcone, lasciando a Ponziana “un po’ la perdita della sua identità”. Davide è uno degli artisti urbani presenti anche in altre zone periferiche, come Giarizzole, piccola realtà periferica dove i vespisti si riuniscono nella tipica osteria triestina “Velocipede”. Qui in piazza i fratelli Comelli, Davide assieme alla sorella Sara, hanno dipinto la grande opera “Occhio se devi guidare” dedicata ai giovani sulla prevenzione di incidenti causati dall’assunzione di alcol e droghe. Per seguire ancora le opere del duo è a Borgo San Sergio che bisogna spostarsi, pronti a immergerci in uno dei quartieri popolari più frizzanti e discussi della città, per moltissimo tempo indicato come “quartiere Bronx”, che invece da tempo ormai ha risanato le sue ferite dimostrandosi il luogo prescelto per molte famiglie. Partendo dall’estremità di Borgo, ci si imbatte nei Puffi, un agglomerato di palazzi ai margini, alti e blu, con un’imponente facciata sulla quale Sara e Davide hanno dipinto “ImmaginAzione”: una bellissima donna spicca il volo come chiave di rinascita e risollevamento dalle difficoltà della vita.

Gli abitanti mi hanno accolto con calore –racconta Jan– e alcuni mi hanno “corrotto” a spritz e caffè.
Un’opera questa tra le più impresse anche nell’immaginario collettivo. Ma Borgo San Sergio è anche la scuola media dedicata a Giancarlo Roli, il primo a Trieste a portare la formazione nei ceti popolari, temperamento che risuona anche nella cooperativa La Collina che ha fatto rivivere l’ex Casa del Popolo con attività per i minori, incontri culturali, vicinanza e colore. Come un filo che unisce gli intenti, è l’artista Jan Sedmak, che con l’opera “Buon compleanno Ernesto Nathan Rogers!” ha immortalato sulle pareti del mercato questo concetto di collettività, proprio nel luogo più frequentato del rione che emana la sua anima popolare. “Gli abitanti mi hanno accolto con calore –racconta Jan– e alcuni mi hanno “corrotto” a spritz e caffè perché inserissi all’interno dell’opera anche i loro animali da compagnia che quotidianamente li accompagnavano al mercato. La relazione tra spazio pubblico e comunità attraverso l’arte è stata reale e quando ho terminato il lavoro ho sentito la mancanza di quelle persone”.




