Un’idea nata per gioco che suscita grande curiosità.

The wind tapped like a tired man
And like a host: “Come in”
(Emily Dickinson)
O la ami o la odi. È divisiva, adoperando un lessico della contemporaneità.

Conosco la bora,
chiara e scura
la detesto quando scende fuori misura
col cielo sereno.
Amo l’altra che ha una buia violenza cattiva.”

Recita una poesia di Umberto Saba.
James Joyce, invece, si piantava sotto i refoli, deliziato: “Ho aspirato tutta la fragranza della terra”. E se nel mondo antico era diffusa la credenza secondo cui il soffio, aria, respiro vitale, pneuma per il pensiero greco, avesse il potere di fecondare, beh, il Museo della Bora – Magazzino dei venti, è un’operazione tutt’altro che filosofica.
Nato vent’anni fa per opera di una Associazione che ha in Rino Lombardi –copywriter di professione, creativo di nome e di fatto–, il suo braccio animato e animistico, dedicato a quella che lui definisce una istituzione invisibile della città, è “un museo che ha un senso” come disse un anziano che ne era rimasto folgorato. Cogliendo così l’essenza di uno spazio concepito per preservare, collezionare, conservare e catalogare il patrimonio culturale di un luogo (la bora, per l’appunto). Dove i visitatori sono parte attiva di un Museo partecipato che offre “esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze” proprio come sancisce la più recente definizione dell’ICOM-International Council of Museums.
Al servizio di qualcosa che qui a Trieste ha a che fare con una presenza familiare, storica, folcloristica, letteraria, affettiva, emotiva, geografica. Identitaria, anche nella sua memoria. A tal punto che il Museo in una stanza di via Belpoggio è finito su testate internazionali prestigiose da The Guardian alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, per citarne alcune. Ben consapevoli che questo è anche un marketing vero e proprio, e l’alfabetizzazione eolica da esportare si traduce in itinerari da scoprire –oltre ad angoli inediti di una Trieste da scandagliare con occhi nuovi–, se non altro perché questo vento lo si trova solo qui. Un esperimento di grande responsabilità “nato dal basso ma che vola alto” nel lontano 2002, che però vive d’aria, grazie al volontarismo dei suoi custodi.
Mai domi, perché a Opicina, prossimamente, altri refoli troveranno casa, nel Borarium, nuova attrazione ludico digitale, e nella sala dell’Università del vento, dove si spazierà dalla meteorologia alla creatività, caratteristica propria e distintiva di un fenomeno che scompagina tutto per sua stessa natura. Insomma se la bora rende rapsodici, esaltati, elettrizzati, anzi, imborezzadi, una categoria antropologica che Musil chiamava “perturbazione euforica”, i 2400 avventori (solo quest’anno), del Museo in una stanza di via Belpoggio e al tempo stesso diffuso nello spazio e nel tempo, hanno colto l’aspetto fattivo del tutto (e chissà se ne sono usciti boriosi).
Il museo approda in Piazza Unità a giugno con le girandole di Boramata, che diventano una festosa installazione e, come il vento del nord mai addomesticato in Chocolat, continua a soffiare senza sosta, cercando complicità di spifferi, ricordi, assonanze e alleanze.
Mettere l’aria di Trieste in un barattolo, nel 1999, è stato il battesimo con cui Rino Lombardi, direttore di questa visionaria realtà, ha reso prêt-à-porter un archetipo di forza e cambiamento che è molto di più del frutto di un movimento di masse d’aria fredde. Piuttosto un sapere appetibile per chiunque, come un rabdomante, cerchi un’autentica originalità quando è alla ricerca di luoghi sconosciuti, fuori dai soliti tracciati ordinari. Il vento catabatico che nasce a Segna-Senj, si sposa a Fiume-Rijeka e muore a Trieste è poliglotta, libero, contenibile solo grazie all’ironia intelligente di chi gli ha dedicato una dimora, ma è anche altro. In un mondo dove i muri non solo stentano a crollare, ma sono in ripresa, rappresenta la metafora di un’umanità che non smette di credere e sperare in un mondo senza confini.
Come il vento.

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