Nel 1856 il New York Daily Tribune inviava a Trieste un proprio valente collaboratore della redazione economica per comprendere le ragioni di uno sviluppo tanto veloce quanto consistente del commercio marittimo dell’allora Impero austro-ungarico. Questo corrispondente era Karl Marx, il quale visitando lo scalo adriatico, offriva una lettura molto interessante della fortuna mercantile della città: secondo il giornalista-filosofo Trieste, al pari di New York e degli Stati Uniti d’America, non aveva un passato e il suo sviluppo era determinato dal fatto di non dover sottostare ai vincoli delle tradizioni. Trieste insomma nell’Ottocento è completamente proiettata al futuro.
Il porto, che oggi è il più importante d’Italia e uno tra i primi d’Europa, era ed è tuttora il motore della città ed è intorno ad esso che nascono alcune delle società che hanno fatto la storia economica. A Trieste viene fondato nel 1836 il Lloyd Austriaco, la più importante società armatoriale della città, poi chiamata Lloyd Triestino, che nel 1880 decide di costruire la sua sede principale nell’allora Piazza Grande, oggi Piazza Unità d’Italia. Ruota sempre intorno ai commerci la costituzione di alcune delle più grandi compagnie assicurative – Generali nel 1831, RAS nel 1838 e Lloyd Adriatico nel 1936 (queste ultime due acquisite da Allianz nel 2007) – che hanno costituito l’ossatura economica di questo piccolo angolo di Adriatico con una forte vocazione da capitale. A testimoniarlo, ancora una volta, le sedi di Generali sulle Rive e di RAS in Piazza della Repubblica.
Oggi dove può essere osservata ancora questa grandeur? Certamente l’architettura pubblica e privata del centro ha un ruolo fondamentale nel raccontare un passato non troppo lontano nel quale Trieste dialogava sullo stesso piano di Vienna, Praga e Budapest.
Chi passeggia nell’ampia zona pedonale rimane di solito impressionato dalle dimensioni dei palazzi che si affacciano sul Canale di Ponterosso, spesso detto Canal grande, che oggi sembrano quasi esagerati rispetto a una città che conta duecentomila abitanti. E di certo anche la più grande piazza d’Europa affacciata sul mare –Piazza Unità d’Italia– dà un respiro notevole a un centro che si potrebbe considerare di provincia.


Porto, caffè, scienza, sport sono gli ingredienti dell’eccellenza triestina.

Trieste tuttavia non ha una grandezza esclusivamente “dimensionale”. Coloro che raggiungono la città in auto spesso sorridono davanti ai cartelli posizionati all’ingresso urbano: capitale del caffè, capitale della scienza, capitale della Barcolana. Tutto vero.
Trieste ospita la Borsa del Caffè, istituita a inizi Novecento. Qui transita quasi il 30% del caffè crudo che raggiunge l’Italia, andando a creare il distretto industriale “Trieste Coffee Cluster” costituito da operatori specializzati come broker, crudisti, spedizionieri, torrefattori, decafeinizzatori. Se Illy è un brand riconosciuto a livello globale, pochi sanno che viene prodotto esclusivamente nella zona industriale di Trieste e solo poi viene distribuito su scala planetaria. Un’altra curiosità interessante risale al 1959 quando presso il porto di Trieste fu costituito il deposito dell’Istituto Brasilero do Cafè, creato dal governo brasiliano come garanzia di pagamento su un finanziamento concesso per la fornitura al Brasile di una grossa quantità di mezzi Alfa Romeo, azienda allora di proprietà statale. Il deposito era costituito da un milione di sacchi di caffè brasiliano immagazzinati presso il porto nuovo di Trieste e venduti ad un prezzo politico.
Sul fronte della scienza Trieste vanta la presenza di istituti di ricerca d’eccellenza e secondo i dati Istat più aggiornati è la città con il più alto rapporto tra abitanti e ricercatori scientifici. Sull’altipiano carsico ha sede Elettra, la più potente macchina di luce in Italia, ovvero un sincrotrone a disposizione della comunità scientifica internazionale per analisi fisiche, chimiche, ingegneristiche e biomedicali.
Alle spalle di Miramare è invece ubicato il Centro Internazionale di Fisica Teorica, fondato nel 1964 e intitolato ad Abdus Salam primo premio Nobel mussulmano per la fisica nel 1979, che lo diresse dalla nascita al 1993 con l’obiettivo di far convergere in una città allora posizionata sul limite della cortina di ferro scienziati da tutto il mondo per alimentare il dialogo e la cooperazione.


La visita alla Grotta Gigante è emozionante per le proporzioni monumentali che la natura è riuscita a creare nel sottosuolo, un vero scrigno
di inestimabili tesori non solo speleologici, ma anche fossili.

Se la scienza è materia da addetti ai lavori la Barcolana, ossia la più affollata regata velica al mondo, è ormai l’immagine di Trieste. Una grandissima festa che dal 1969 si tiene ogni seconda domenica di ottobre e fa diventare campioni anche i neofiti del bordeggio. Il record di partecipazione, iscritto nel Guinness World of Record, spetta all’edizione del 2018 con 2689 barche tutte sulla medesima linea di partenza, posizionata tra il Faro della Vittoria e il Castello di Miramare.
Ma se finora abbiamo citato le grandezze della città per raggiungere l’enormità si deve nuovamente salire sull’altopiano carsico dove si trova la Grotta Gigante. La visita a questa caverna è emozionante per le proporzioni monumentali che la natura è riuscita a creare nel sottosuolo, un vero scrigno di inestimabili tesori non solo speleologici, ma anche fossili. Dal sito paleontologico del Villaggio del Pescatore arrivano Antonio e Bruno, unici dinosauri rinvenuti in Italia ed esposti al Museo di Storia Naturale.

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Le piccole storie che si incontrano nella nostra città si nascondono dietro la grandezza del suo passato. È lì, in quella dimensione dimenticata e visibile solo agli occhi attenti di chi viaggia, che si manifesta la curiosità innescata dagli aneddoti. Vale a livello geografico e storico, ma anche quando si ripensa al legame che Trieste possiede con il mondo che la circonda. Nella narrazione di questi luoghi uno spazio centrale è quello occupato da Il Piccolo, quotidiano in lingua italiana fondato da Teodoro Mayer nel lontano 1881 e chiamato così in ragione del formato in cui veniva stampato all’inizio. Una delle storie di giornalismo più longeve in Italia, al pari delle grandi testate nazionali, che, proprio in ragione della posizione geografica della città, ha offerto e continua ad offrire, uno sguardo privilegiato sul confine orientale d’Italia.


Trieste è la provincia più piccola d’Italia.

Ma questo aggettivo così affascinante viene incollato ad uno dei teatri simbolo di Milano, ovvero il Piccolo. Siamo in Lombardia, eppure quel tempio teatrale viene pensato e fondato da Giorgio Strehler, regista triestino che dà il la al progetto nel secondo dopoguerra. Le piccole storie che spingono la città oltre i suoi confini naturali vengono prodotte dalla sua stessa capacità di recitare un ruolo di rilievo nella società tra l’Ottocento e il secolo breve. Così, il viaggiatore che conosce la città di Anversa e la bocca del suo porto, saprà riconoscere la stessa statua di Minerva –realizzata dallo scultore triestino Marcello Mascherini–, in cima alla scalinata dell’università giuliana; lo stesso vale per l’apertura di uffici delle assicurazioni Generali al Cairo, oppure di una grande scritta “Trieste” che campeggia sulla facciata della stazione centrale di Milano. Sono piccoli esempi che raccontano piccole storie triestine, capaci di emergere con decisione e di viaggiare lungo i bordi della storia.
Ma Trieste, sulle dimensioni ridotte, vanta anche altri record. La provincia triestina è la provincia più piccola d’Italia. Le ragioni che spiegano questo guinness sono ascrivibili alle vicende successive al secondo conflitto mondiale. La provincia di Trieste, infatti, inglobava al suo interno anche tutta la penisola istriana, territorio che negli anni post 1945 di fatto passò sotto il controllo jugoslavo, privando così la città del suo retroterra naturale.
Nell’approccio che gli escursionisti triestini hanno maturato nel corso della storia c’è quello di prendere in prestito i nomi delle bellezze naturali italiane e inserirli nei contesti locali: è il caso dei piccoli Cervino e Montasio, due formazioni calcaree dalle dimensioni ridotte rispetto alle sorelle maggiori e che si stagliano in val Rosandra. Questa valle, scavata dall’omonimo torrente, è la palestra di roccia dove fingere di essere su cime alpine, certamente piccole, eppure capaci di regalare allenamenti di tutto rispetto. Piccoli e quasi introvabili sono anche i fori che in Carso, in prossimità del corso sotterraneo del fiume Timavo e in occasione delle sue piene autunnali, si aprono nella Terra e fanno riemergere l’urlo ventoso dalle sue viscere.

Riprendendo a camminare in centro città, se da un lato esiste canal Grande, dall’altro lato si può percorrere una via chiamata canal Piccolo. È un relitto di una lingua di mare che, a fianco del caffè Tommaseo, si incuneava in direzione di piazza della Borsa. Di quel canale, una volta interrato, oggi rimane solamente il nome. Piccoli però sono anche i pezzettini di carta che Ettore Fenderl, un ragazzino che abitava proprio in piazza della Borsa, nel 1876 decise di lanciare dalla sua finestra. Leggenda vuole che quei rettangolini strappati abbiano dato vita all’invenzione dei coriandoli, gioco senza tempo, di grandi e piccini.
Una storia a sé è quella delle dimensioni ridotte dei campi da calcio. A Trieste, nella sua quasi ossessiva ed infinita propensione al particolarismo, non esiste il calciotto (calcio otto contro otto), bensì sette contro sette. I campi sono disseminati praticamente dappertutto, ogni rione e quartiere ne possiede uno, e i tornei che vengono organizzati non si contano. Il lato sportivo della città, in attesa che le principali società di basket e calcio approdino a palcoscenici più importanti, si misura anche e soprattutto nelle cose piccole, portate avanti dai triestini ogni giorno.