Due è il numero della mia linea: occhieggia dall’alto, vettura 405, ad essere precisi. Ultimo sopravvissuto di una generazione di sherpa meccanici che agli inizi del Novecento vergavano con arabeschi la pavimentazione urbana; saggio e addomesticato dalla pendenza vista la conformazione orografica del mio incedere, sufficientemente disgraziato quel tanto da dedicarmi addirittura una canzone. Ma insomma.

Su tutto, e nonostante i nonostante, io sono e mi sento un tram chiamato desiderio. Anzi, il. Questa è la mia essenza di Giano Bifronte, era e sarà, terra e cielo, così tenace da sfidare le leggi della fisica, ammaliato dalla fatica vittoriosa della salita e dalla temerarietà della discesa. Attraverso il tempo della Storia e quello meteorologico, nella mia pancia di legno e ferro caterve di persone si sono lasciate incantare dallo sferragliare delle mie giunture e dalla vista di una città che per qualche anno mi ha messo in disarmo, talvolta ingrata, forse, ma di una bellezza senza aggettivi.
Trieste. Credo di esserne la metafora, perché non c’è niente di più moderno del passato: sono un monumento di avanguardia dall’estetica perfetta. Nei miei cadenzati sentieri sfilano le fermate, come un ipotetico pellegrinaggio, nelle fasi di ordinaria quotidianità. Anche se sono nato nel 1902, come un metronomo ho sentito il fluire delle stagioni che mi hanno insegnato a guardare la gente invertendone lo sguardo, regalandomi un’anima viva e attenta.

A tal punto da sentire come un rabdomante cosa provano quando si siedono, accomodandosi rapidi vicino ai finestrini così da perdere il senso dello spostamento, del dove devono scendere. Sospesi. Il viaggio in sé, non la meta. Io stesso mi perdo talvolta, ammaliato da una certa luce, dai ceselli floreali di borghesi edifici Liberty, da un mare generoso e amniotico. Per questo me son ribaltà. Ho perso i sensi dall’emozione, sono svenuto, succede, sono vecchio e sensibile. E pure acciaccato: chiedetelo alla funicolare, che sia benedetta! Arrancando verso Opicina dal centro città ho trasportato il mondo intero. Nessuno escluso: sono democratico, fatto all’antica, sembro rigido ma è solo apparenza. Ho il cuore morbido che gioisce quando sente che la direzione è l’altopiano del Carso, e la Napoleonica aspetta di essere attraversata come un corridoio d’azzurro, nell’attesa di un bosco o di una pietraia. A bici, a piedi, finalmente si respira. I gaudenti scendono invece alla fermata di Conconello, alla ricerca di un’osmiza, e sono sicuro che un calice è alzato anche alla mia, di salute. Lechaim, alla vita, si dice in ebraico. Così come erano ebraiche le origini dell’ingegnere Eugenio Geiringer che progettò nel 1901 il tracciato entro cui mi muovo. Ci passo eh, sotto al suo Castelletto che oggi è una scuola. Ma c’è anche chi la marina, e quanti ne ho portati, via via, si va ad Opicina, oggi non ho voglia, c’è il mondo che mi aspetta, il banco aspetterà. Anzi, hanno aperto il Borarium, dai, quasi quasi vado a prendermi una folata di libertà.
Era dal 2016 che ero in apnea, nove anni in cui mi sono sentito inutile. È proprio vero che vecchi si nasce e giovani si diventa ed io, ora, mi sento un adolescente. D’epoca, ma unico.

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