
La tradizione è una piattaforma su cui puntare i piedi per compiere un balzo in avanti”. Lo diceva Luigi Veronelli, primo critico enologico d’Italia, consigliere e amico di moltissimi vignaioli con cui mise in moto il Rinascimento del vino italiano.
Parole sante. Il vino è sapere millenario, stratificato e in divenire. Tradizione e tipicità sono parole abusate. E allora io dico: bisogna ridare dignità alla tradizione. Come si fa? Facendo quel balzo in avanti che serba, nello slancio, la storia e la cultura che il vino esprime. Diceva Gustav Mahler: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Lampante. E, per fortuna, accade.
Di questo piccolo miracolo ci raccontano due luoghi.
Carso e Collio. Due territori, due denominazioni. Due piccoli mondi antichi e contemporanei. Zoom. Avvicinati.
Praprot/Prepotto, lembo occidentale carsico. Nel nome porta memorie vegetali: praprot è la felce, in sloveno. Borgo appoggiato sul costone, che guarda il mare. Una manciata di case, tanti orti, il bosco che sfiora la piccola urbanità. E poi, le vigne. E una fortunata concentrazione di vignaioli che hanno scritto la storia enoica del Carso d’oggi.
Hanno eletto a loro regina Madama Vitovska, salvandola da un possibile oblio, nobilitandola con la vinificazione in purezza. Nata dall’incrocio tra la navigata malvasia e la territoriale glera, sul fresco altopiano calcareo maturava a fatica e allora veniva pigiata e lasciata sulle sue bucce, cercando il massimo dell’estrazione, per farla esprimere al meglio.
È stato Danilo Lupinc il primo, nel 1968, a metterla in bottiglia. Antesignano. Lupinc decise di vinificarla in bianco. “Mi piaceva così”, dice oggi, ultraottantenne in gamba, memoria vivente del luogo. Suo figlio Matej prosegue la tradizione di famiglia.
Edi Kante è stato poi lo sguardo internazionale che, con indubbia visione, ha portato il Carso fuori dai meandri locali. Anche lui, come le grandi maison di Borgogna, vinifica tuttora in bianco.
Un territorio è tanto più vivo quanto più differenti sono le sue espressioni.
Una fortunata concentrazione di vignaioli che hanno scritto la storia enoica del Carso d’oggi.

E anche la storia della Vitovska lasciata a coccolare dalle sue bucce, è salva. La cantina di Sandi Škerk è il caleidoscopio con cui leggere il territorio, irto e riottoso, che li ha generati. Scavata nella roccia senza troppi arzigogoli architettonici, è una culla ipogea in cui i suoi vini, con spalle larghe per affrontare i meandri del tempo, riposano, affinano, meditano. Conduzione agronomica estranea a ogni invasione chimico-sintetica. A pochi metri troverai la cantina di Benjamin Zidaric, che gli fa da controcanto. Con Gabrovec tengono alta anche la “tradizione” dell’osmica, mescita di vino nel cortile di casa.
Gira la carta e zompa in Collio, a Oslavja. Ecco l’associazione Produttori Ribolla di Oslavia: Dario Prinčič, Fiegl, Gravner, Il Carpino, La Castellada, Primosic, Radikon. Sette nomi per sette Ribolle. E altri nomi si aggiungono. Uva locale benedetta che cresce al meglio sulle colline, baciata da escursioni termiche. Queste Ribolle a Oslavia, le troverai cullate a lungo dalle loro bucce dopo essere state pressate dolcemente. Fu l’immenso Joško Gravner a intuire la strada di una vinificazione atavica, quella con macerazione in anfora. Dopo, tanta moda e rincorsa. Ma a Oslavja si è creato, intorno a lui, un movimento enoico che ha definito uno stile vero e rispettoso.
Di collina in collina, poco distante si arriva sul Monte Calvario dove Tamara Podversič, intrepida e preparata, raccoglie il testimone dal padre Damjan che qui ha rifondato la viticoltura: i vigneti erano in totale abbandono e decadenza. Cantina interrata, pieno rispetto degli ecosistemi, maturazioni attese fino al pieno completamento. E ora la spinta energetica della nuova generazione.