Intervista a Andro Merkù, popolare voce del mattino su Radio Monte Carlo.

A dirsela tutta, solo nella città dove mato nel lessico familiare è sinonimo di persona, dove l’alterità alterata ha dato via alla rivoluzione copernicana di Franco Basaglia, poteva esserci questo supplemento d’anima, di identità ulteriore che all’occorrenza diventa una via di fuga. A cosa servirebbe se no, una patologica allegria smodata?
Non potevamo non parlarne con chi questa dimensione esistenziale la usa quotidianamente, un talento elevato a professione. Come Andro Merkù.
Chiamarlo comico sarebbe un perimetro stretto, perché contiene moltitudini questo giornalista sloveno triestino. Polifonico come tutti gli imitatori, grazie al quale viaggia nell’etere ogni mattina per Radio Monte Carlo, creando sentieri ormai familiari agli ascoltatori. Il tutto restando fedele a se stesso, a quel bisogno di guardare il mondo attraverso un disincanto ironico e fattivo capace di addomesticare grevità, rendendole sopportabili.

Andro Merkù, questo (s)conosciuto.
In realtà il mio umorismo è molto distante dalle mie radici. Sono triestino di lingua madre slovena, e con sangue friulano nelle vene (di cui mi vanto). E nel mio dna non c’è traccia né del tipico d’umorismo sloveno, né di quello triestino. Lo humour sloveno non contempla calembour, non ama iperboli, e nemmeno comicità surreale. Per lo più è satira politica molto “flemmatica”, senza eccessi. Inoltre la lingua slovena è diversissima rispetto a quella italiana. Quest’ultima si presta molto di più al mio tipo d’umorismo. Il morbin triestino invece è “triestinocentrico”, un qualcosa di autoreferenziale. Il triestino ride se la battuta è riferita alle usanze, ai difetti del cittadino tipico. Se è una “boba”, tanto meglio. Al di fuori dei confini provinciali non esiste più, resta incompresa.


A Trieste mi sono sentito una pecora nera o, se preferite, una mosca bianca.

Ironia deriva da una parola greca, dissimulazione. Ne hai quasi una visione omeopatica: ci si avvelena per guarire, in qualche modo.
Io ho sempre avuto bisogno di totale libertà, voglia di aprirmi ad una satira di respiro nazionale, non autoreferenziale, e tendente a un mood surreale (pur nascendo dall’attualità). E il mio periodo universitario a Bologna è stato in questo senso, decisivo. L’umorismo demenziale degli Skiantos col mitico Roberto “Freak” Antoni ha costituito per me un “imprinting” decisivo. A Trieste mi sono sempre sentito una pecora nera o, se preferite, una mosca bianca. Nell’ambiente sloveno non riuscivo ad esprimermi (e neppure ad ambientarmi, a dire il vero). E la severità asburgica del capoluogo giuliano non mi appartiene: ho bisogno di leggerezza, sono già pesante di mio.

Non male questa tua forma di autocoscienza. Fare ridere è la contrazione di un bisogno di altrove. Una fuga.
L’unica via d’uscita per me è stata quella di andarmene: e le mie radici hanno poi attecchito prima a Bologna, e ora a Milano. Amo Trieste (non l’ambiente triestino), amo la cultura slovena (non l’ambiente sloveno), amo il Friuli (alla faccia dei campanili e delle divisioni). Ma il lavoro è un’altra cosa. Ed io ho voglia di ridere di cuore, spontaneamente. E soprattutto ho voglia di sentirmi libero. Vi aspettavate un’intervista comica? Con battute? Nossignori: ridere è una cosa seria (e non lo dico io).

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