Quando a Trieste si desidera fare una passeggiata in mezzo agli alberi storici il primo pensiero corre al Castello di Miramare
con il suo patrimonio di sequoie, pini dell’Atlante, ginko biloba oppure ai parchi urbani dove si trovano platani e splendidi bagolari, ma in realtà il vero scrigno delle bellezze verdi locali è senza dubbio il Carso.

Pino nero

Una volta pietraia desolata punteggiata di cespugli di scotano (qui popolarmente chiamato sommaco), oggi l’altipiano che circonda il centro è un fitto bosco dove la presenza più comune è quella del pino nero.
Fu l’ispettore forestale boemo Josef Ressel –noto anche come inventore dell’elica sottomarina per la propulsione delle imbarcazioni– ad essere incaricato dal governo austriaco di ideare un ciclopico piano di rimboschimento che durò sostanzialmente lungo tutto l’Ottocento e non coinvolse solo l’area circostante Trieste, ma si propagò verso Gorizia e l’Istria. I numeri sono impressionanti: sorsero 873 ettari di bosco e vennero usate quasi quindici milioni di piantine e sei tonnellate di semi per la cui “difesa” furono eretti 33 chilometri di muretti a secco. Cosa resta oggi di questo lavoro? I pini neri ottocenteschi stanno pian piano lasciando spazio alle specie autoctone (soprattutto carpini e roverelle) garantendo la biodiversità, ma le pinete intorno al santuario di Monte Grisa o al Monumento nazionale della foiba di Basovizza –tanto per citare quelle più facilmente raggiungibili– sono ancora vigorose e restano a imperitura memoria di un intelligente lavoro dell’uomo sulla natura.

La quercia

Un altro splendido sentiero per ammirare quanto gli alberi d’alto fusto siano riusciti a trovare spazio tra le pietre calcaree è la pianeggiante carrareccia che dal piccolo borgo di Gropada entra in Slovenia e va verso Sezana. Tronchi che sembrano candelabri, piccoli ripari agricoli in pietra, doline e caserme abbandonate a presidio del confine creano il contesto adatto per l’apparizione di una regina dei boschi. A un crocevia del sentiero ecco che vi troverete al cospetto di una sontuosa quercia: la quercia di Napoleone (Napoleonov hrast).
Il suo nome deriva dalla tradizione che vede il condottiero corso sostare proprio sotto quest’albero durante uno dei suoi passaggi in zona. Si può dubitare di questa diceria, ma non dell’antichità di questa splendida signora e del suo potere taumaturgico. Posizionata al centro di un crocevia la quercia di Napoleone dispensa forza e benessere. Tante sono le leggende di guarigioni avvenute al suo cospetto e abbracciare il suo tronco nodoso dona pace e tranquillità a chi ha la capacità di ascoltare il fruscio delle foglie nella bora e ha il tempo di attendere l’arrivo di scoiattoli, cerbiatti e cinghiali.

Il cerro

Anche i cerri sono querce e i più belli del Carso stanno sul fondo della dolina di Percedol, accessibile in pochi minuti di cammino dal posteggio che si apre sulla strada che da Opicina conduce a Col e Repen. La grande e profonda dolina propone uno dei rari stagni presenti su un altipiano così avaro d’acqua. Luogo di transito e ristoro per gli animali, lo stagno è stato anche meta di svago per i triestini che lo raggiungevano a piedi e in carrozza tra Otto e Novecento. La particolare posizione sul fondo della dolina, circondato appunto da cerri monumentali, fa si che per diversi mesi lo stagno rimanga gelato. Vicino al pannello informativo si possono ancora vagamente scorgere le fondamenta di un capanno per il noleggio dei pattini da ghiaccio anche se ora –complice la mano dell’uomo– il laghetto non offre più la possibilità di volteggiare sul suo specchio. Anche i cerri non se la passano benissimo: qualcuno è stato abbattuto, ma nel complesso la dolina di Percedol conserva il suo fascino arcano da “romanticismo tedesco”.

L’ulivo

Sul Carso non esistono tuttavia solo ambienti ombrosi. L’ulivo è un albero domestico che adora il sole e la sua coltivazione sta prendendo sempre più piede anche a Trieste, che vanta una produzione quantitativamente e qualitativamente in continua crescita. Dopo la terribile gelata del 1929 che distrusse tutte le piante e il progressivo abbandono dei poderi la bianchera (bjelica in sloveno e croato), una cultivar rustica e tenace, si sta prendendo spazio nella zona di San Dorligo, sulle pendici di Montedoro e sui pastini sopra la strada Costiera ed è apprezzata per il suo sapore amaro e piccante. Se si desidera unire la scoperta della produzione locale DOP Tergeste alle vicende novecentesche la meta più interessante è l’azienda agricola di Bruno Lenardon a Muggia, nota non solo per l’olio, ma anche per l’ottima malvasia. I terreni sono posti a pochi passi dal confine, che nella sua definizione dopo la seconda guerra mondiale aveva tagliato in due la proprietà e una cui targa ancora campeggia in casa. Una tipica storia di questo lembo d’Europa, quella che racconta il proprietario ricordando come dopo il secondo conflitto l’unico frantoio della zona era rimasto in territorio jugoslavo e si dovettero portare le olive a frangere addirittura a Bassano del Grappa. Un lungo viaggio che oggi non si intraprende più grazie alla costruzione del frantoio di Dolina.

Il tiglio

Se in questi ultimi anni l’ulivo sta diventando emblema di San Dorligo, dove il Comune ha inaugurato il progetto “Un albero per ogni neonato”, l’albero per eccellenza nel quale si riconosce la comunità slovena della zona è il tiglio (lipa in molte lingue slave). Non è un caso quindi che il tiglio più antico (che conta tra i 300 e i 400 anni) sia davanti alla piccola chiesa della Santissima Trinità di Crogole sempre a San Dorligo, punto d’incontro per la popolazione del circondario. “Albero della vita” in gran parte del mondo slavo, il tiglio è infatti spesso associato alla donna. In passato sotto il tiglio si riuniva il consiglio dei capifamiglia per discutere i problemi della borgata e si svolgevano i processi. La tradizione tramanda che il tiglio non debba essere mai sradicato o sfregiato. Da una parte c’è la sacralità, dall’altra la paura di svegliare il diavolo che ci dorme sotto.

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