
Palazzo Carciotti, il più bell’esempio di neoclassico triestino, sta viaggiando verso una nuova esistenza.
Nella storia di questa città sono svariati i momenti dove si manifesta una certa grandeur, ma la consacrazione non avviene quasi mai in contemporanea rispetto alle scelte precedenti. Se in questi ultimi anni Trieste ha cambiato pelle –recente e solo ultima conferma di una metamorfosi perpetua–, lo stesso si può dire per un periodo storico che abbraccia gli ultimi tre secoli. Tra spazi geografici urbani ridisegnati da teste coronate prima e l’individuazione di modelli mercantili poi (quest’ultimi capaci di costruire parte dell’impianto architettonico ancora oggi apprezzabile), la modifica dell’area dove la comunità si incontra ogni giorno passa soprattutto attraverso un concetto chiave: la cronologia, in riva all’Adriatico, possiede regole precise e molto spesso asincrone rispetto ad altri territori.
Ristrutturare significherebbe, a prendere in esame il classico latino di origine, “costruire di nuovo”. A dire il vero la sua etimologia popolare ad oggi conduce in una comune accettazione dell’abbellire, sistemare, rifare mantenendo quanto in vita. Insomma, una sorta di immobilismo materiale tanto italico quanto triestino. Eppure, quella stessa cronologia che sembra inchiodata laggiù, chissà dove, giunge in aiuto soprattutto di chi, arrivando da fuori, pensa al modernismo della contemporaneità come manifestazione del progresso. Direte voi: si potrebbe andare nel pratico? Detto, fatto.
Alcuni tra i palazzi più maestosi che questa città possiede, edifici che nel corso della storia hanno segnato spartiacque fondamentali per la comprensione di Trieste, stanno vivendo significativi interventi di recupero, restauro e adeguamento degli interni. Palazzo Carciotti, da dove il greco mercante Demetrio aveva costruito l’impero delle traduzioni, tra uomini di diverse lingue, sulle navi che sbarcavano merci e capitale in città (esempio di visione, questa troppo spesso sconosciuta ai giorni nostri), dopo molti decenni di abbandono è stato acquistato da Generali. Il colosso assicurativo ne farà un tempio dell’intelligenza artificiale, oltre a trasformarsi in un hub per l’innovazione. Ma non solo: ciò che fu ideato da Matteo Pertsch, architetto che in un abbozzo di manierismo progettuale trapiantò l’ingresso della Scala di Milano (guardare per credere) in quella che è la monumentale entrata del teatro Verdi, ospiterà anche alloggi, spazi destinati alla ristorazione e un museo dedicato interamente alla storia delle assicurazioni Generali. Lo chiamano Agorai, il nuovo Carciotti, perché anche un piccolo cambiamento nel nome può definire le ambizioni. Il più bel esempio di neoclassico triestino, dopo essere stato anche comando della polizia municipale del Comune di Trieste, sta viaggiando verso una nuova esistenza. Se poi ci mettiamo che la famiglia Carciotti fu tra i primi azionisti di Generali, ecco che quella cronologia tutta triestina torna.
Il secondo capitolo della metamorfosi delle azioni è quello rappresentato dal Porto vecchio. Chiamato Porto vivo oggidì (in virtù di una re-definizione, ovvero una nuova toponomastica dei borghi cittadini), nel passato lo spazio ha rappresentato uno dei tanti motori di sviluppo della città. Era il porto nuovo quando gli Asburgo lo progettarono, inserendolo in un’idea di futuro ingegneristico senza eguali in Europa, mutò il suo nome in vecchio quando la città assistette, nel Novecento inoltrato, alla costruzione del porto nuovo. Anche le modifiche dei termini –in condivisione con quelle lancette del tempo che scorrono non sempre uguali, tra le epoche–, infatti, concorrono alla realizzazione degli orizzonti.
Un progetto da oltre 600 milioni di euro, con viali monumentali, edifici rimessi a nuovo, musei, abitazioni, ma anche ristoranti panoramici, piste ciclabili, cittadelle sportive pronte ad accogliere la onnipresente voglia di mettersi in moto dei triestini e triestine, così come passeggiate sul fronte dell’unica città italiana affacciata sull’Adriatico che possa permettersi un tramonto sul mare. Un luogo che avrà bisogno ulteriormente di definire nuovamente vie, piazze e geografie urbane: in questo senso, ammesso che si vada in quella direzione, la lista di triestini celebri e di personaggi che hanno intrecciato le loro epopee soggettive alla città è infinita. Una volta iniziato quel processo, non sarà difficile individuare i meritevoli da consacrare a quella memoria cittadina che in Porto vecchio mostra ancora oggi i segni di un passato imponente.
Alla stazione di Campo Marzio arriveranno ristoranti panoramici, un hotel con 60 camere, oltre a una collezione museale esposta in maniera permanente nelle sale e nel piazzale.
Tra magazzini maestosi e aree oggi cantieri in fermento, ecco che dall’interno di quegli edifici ogni tanto riaffiorano storie dimenticate. In uno dei grandi edifici del Porto vecchio, all’ultimo piano, sopravvivono migliaia di suole di gomma spedite dal governo degli Stati Uniti d’America come fornitura al suo esercito. Sì, perché per lunghi nove anni una guarnigione permanente di circa cinquemila soldati americani visse in città, a contatto con la popolazione. Questi soldati avevano bisogno di scarponi, e gli scarponi altresì di suole nuove. Le scatole, ancora oggi timbrate “U.S. Army”, vennero abbandonate all’ultimo piano di un magazzino; una volta firmato il Memorandum di Londra, nell’ottobre del 1954, ecco che gli americani tornarono dall’altra parte dell’oceano. Quelle suole, a distanza di oltre settant’anni, giacciono ancora lì. Assieme all’ammasso di gomma a stelle e strisce, sempre nello stesso magazzino, si trovano anche scatolette di ananas, pompelmo e frutta esotica proveniente da paesi come lo Swaziland, o in generale dall’Africa tropicale. Casse e casse giunte a Trieste chissà come (e chissà perché), rimaste anch’esse, assieme a provette provenienti dalla Jugoslavia, all’ultimo piano di un magazzino di Porto vecchio. Storie dal mondo d’allora, oggi in attesa di una nuova narrazione.
Gli ultimi viaggiatori salirono a bordo delle carrozze nel 1960. La stazione ferroviaria di Campo Marzio (nome affibbiatole durante il fascismo, per sostituire l’asburgico Sant’Andrea) non vede circolare treni da allora, eppure quella storia in città la conoscono in tanti. Lo scalo ferroviario da dove partivano i treni della linea Transalpina, itinerario che collegava più volte alla settimana Trieste a Vienna. Un tempo era questa città che andava a Vienna, oggi per certi versi si potrebbe ridisegnare (forse al contrario) quei flussi. Al netto del racconto, la stazione di Campo Marzio è in procinto di chiudere il grande cantiere che da tempo avvolge l’enorme edificio sulle rive.
Un investimento da oltre 24 milioni di euro consegnerà, a lavori ultimati, il nuovo museo ferroviario. Tra gli elementi di pregio, questa sì costruita ex novo, ci sarà la nuova copertura che durante la Seconda guerra mondiale il fascismo ordinò di smontare per così finanziare il conflitto. Anche qui, come in Porto vecchio, arriveranno ristoranti panoramici, un hotel con 60 camere, oltre a una collezione museale esposta in maniera permanente nelle sale e nel piazzale. Quest’ultimo avrà quattro binari, capaci di accogliere i treni storici come l’Orient Express, l’Arlecchino, Ale601 e il Settebello. Insomma, anche in questo caso è solo questione di rimettere l’orologio della storia indietro e di partire.



