Spesso Trieste viene descritta come una città scarsamente adatta al turismo balneare. È vero: mancano le grandi spiagge di sabbia, non ci sono file di ombrelloni, sono piccoli gli stabilimenti balneari. Eppure è un capoluogo dove “andare al bagno” (perché così dicono gli autoctoni) è una tradizione radicata non solo per nuotare, ma soprattutto per abbronzarsi. Un’abitudine che diventa necessità durante la bella stagione. Non è quindi un caso che un brand importante della dermocosmesi come Rougj sia stato fondato qui nel 1987 e che dagli anni Trenta al 2006 anche Fissan abbia prodotto in zona la sua celebre pasta e non solo.
L’amore per bagni e tintarella lo si coglie quando si entra in centro dalla Strada Costiera, una delle principali vie d’accesso che venne ufficialmente aperta nel 1928. Prima di quella data dal mare si stava lontani, si procedeva attraverso il roccioso altipiano carsico e si scendeva tramite vie ripidissime e tortuose, come Via Commerciale, che offrono splendidi scorci sul golfo scintillante.
Sebbene lungo la Costiera le discese verso il mare blu siano molteplici non è facile comprendere come imboccarle, dove posteggiare; difficile intuire cosa si troverà in basso: ciottoli, terrazzamenti, un lido a pagamento o una strada chiusa da un cancello? Ci si scoraggia e non si tenta di prendere un sentiero, soprattutto per paura di doverselo rifare in salita!


“Andare al bagno” è una tradizione radicata non solo per nuotare, ma soprattutto per abbronzarsi.

La situazione diventa molto più chiara quando la Strada Costiera arriva a lambire l’acqua. Proprio lì, dove la Costiera si trasforma in Viale Miramare, c’è “il Bivio”, abbreviazione nostrana del Bivio di Miramare. Quando si prova a cercarlo su Google Maps non appare nulla, non un segnale, non un cartello, ma solo il pin di una foto. Anche il bivio è difficilmente percepibile in realtà posizionato com’è tra un’arteria di scorrimento e uno stretto ingresso verso il Castello di Miramare. Date però appuntamento a un triestino al Bivio e non ci sarà dubbio alcuno, nessun tentennamento e di rimando si riceverà una sola domanda: “a che ora?”. Eh sì, perché d’estate una terrazza ad accesso libero di cinquanta metri per cinque è più desiderata di un ghiacciolo e quindi serve una certa pianificazione balneare, materia nella quale il triestino è un vero maestro, anzi uno stratega meglio di Rommel nel deserto africano. Ma prima di analizzare quest’arte va detto che tale perizia non vale in maniera esclusiva per il Bivio. Il Bivio è solo l’ingresso di Barcola (per chi proviene dalla Costiera), ma per i locali il lungomare comincia appunto al porticciolo di Barcola e finisce al bivio di Miramare, circa tre chilometri in tutto, divisi in settori non segnalati, ma assolutamente introiettati da qualsiasi triestino che si rispetti: porticciolo, pineta, squero, Topolini, California e Bivio. Insomma se per i foresti Barcola rappresenta l’ingresso alla città, per i triestini si configura come l’evasione da raggiungere con ogni mezzo, sia esso l’auto, il bus, la barca, lo scooter (con immancabile lettino pieghevole tra le gambe o appollaiato sopra il bauletto posteriore!) o la bici.
Adesso è ora di tornare alle regole. Seguitele e –come direbbero certi navigati attori hollywoodiani– nessuno si farà del male.
Siate sinceri e mettete a nudo le vostre caratteristiche che prendono in considerazione alcuni parametri essenziali come l’età, la forma fisica, l’attitudine a esporsi al sole, ma anche chi vi accompagna. Molto più velocemente di qualsiasi intelligenza artificiale il triestino le studierà per dirvi il luogo preciso di Barcola dove potrete accomodarvi e l’orario a voi più consono. Sempre che troviate posto.


Dieci terrazze semicircolari rappresentano la quintessenza della triestinità, da un lato conservatrice e tradizionalista, dall’altro festaiola e spensierata.

Mezza età, sportivo, nessun timore a stare sotto il sole per 10 ore filate? Il Bivio è la vostra meta. Necessitate di ombra perché avete bambini o vi portate dietro il cerchio alla testa dei troppi spritz della sera precedente? Pineta senza dubbio. Volete vivere l’esperienza triestina al 100%? La risposta è una sola: Topolini!
Sono queste dieci terrazze semicircolari a rappresentare la quintessenza della triestinità, da un lato conservatrice e tradizionalista, dall’altro festaiola e spensierata. Inaugurati come zona balneare a metà anni Trenta, i Topolini vennero pesantemente danneggiati durante la seconda guerra per essere poi subito ricostruiti durante il periodo del Governo Militare Alleato. Incerta è l’origine del nome, qualcuno sostiene che queste costruzioni derivino il loro nome dalla forma stilizzata di un profilo di topo, altri dalle orecchie secondo idea più disneyana, mentre le ipotesi meno accreditate propendono per una derivazione dalla barca da lavoro detta “topo” o per il fatto di essere una sorta di stabilimento meno nobile –un topolino appunto– rispetto ai bagni più eleganti e grandi.
Dal 2021 invece di essere semplicemente numerati sono stati dedicati a personaggi nati o vissuti a Trieste, che non hanno ancora l’onore di una via a loro intitolata: l’astrofisica Margherita Hack, il velista Sandro Chersi, il musicista Mario Giacaz, il professore e storico della letteratura Martin Jevnikar, i calciatori e allenatori Fulvio Varljen e Cesare Maldini, l’olimpionico e stilista Ottavio Missoni, l’attrice Ave Ninchi, gli scrittori Lino Carpinteri e Mariano Faraguna e l’imprenditore e benefattore Primo Rovis.

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