Uno dei modi migliori per accorgersi di quanto verde circondi la città di Trieste è quello di osservarla dall’alto e individuare le numerose “lingue” boschive che dalla sua periferia precipitano verso l’area urbana. Si tratta per lo più di relitti, ovvero porzioni naturali che si sono salvate dalla cementificazione e dall’inurbamento e che compongono un’immagine a metà strada tra il paesaggio di un tempo e quello contemporaneo. Viverle è un’operazione forse più da geografi, piuttosto che da turisti occasionali. Eppure –se il visitatore inizia finalmente a valicare i confini del centro storico– farsi attrarre da brevi e semplici escursioni a due passi dalla città può regalare alle giornate triestine un sapore decisamente più autentico.
Se guardate la città dall’alto attraverso mappe digitali vedrete che la Natura è incuneata al suo interno con parchi, aree boschive e zone completamente invase dalla vegetazione, a volte spontanea, a volte no. Si tratta di una sorta di cintura (non assume le sembianze di un raccordo anulare del verde, sia chiaro), appendice di un’enorme area che inizia alla prima periferia triestina e si conclude migliaia di chilometri ad est, nell’Europa orientale. Sono, parafrasando uno dei capolavori di Bruce Chatwin, le vie ai boschi.


Se guardate la città dall’alto attraverso mappe digitali vedrete che la Natura è incuneata al suo interno..

Dal rione di Borgo San Sergio una lunga traccia conduce a Cattinara, snodandosi tra giovani roveri e un percorso che i residenti conoscono con il nome di “sentiero delle cascatelle”, a causa di affascinanti salti d’acqua in via d’estinzione. Qua e là segni del passaggio umano, qualche costruzione realizzata da adolescenti e, una volta giunti nei pressi di Altura, la visione di una delle ultime greggi di pecore e capre rimaste a questa latitudine. Il ponte sulla ciclabile –che dal rione di San Giacomo punta dritta verso il confine sloveno– porta viandanti, ciclisti ed escursionisti della domenica fino al borgo di Draga. Il tracciato corre lungo la ferrovia, dismessa alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, che collegava Trieste alla località di Hrpelje. Qui, dopo qualche centinaio di metri ci si accorge di come la Natura si affacci alle porte della città, come in attesa, tra calanchi di flysch e pastini oggi abbandonati.
Lo sguardo vola verso la val Rosandra, riserva naturale dove il gufo reale nidifica alternandosi al falco pellegrino. Durante il ventennio fascista nacque la scuola di alpinismo ideata da Emilio Comici, tra gli alpinisti italiani più famosi. Grotte, anfratti, la roccia carsica e le mille diramazioni dei sentieri trasformano l’area in uno dei luoghi più affascinanti della provincia. Si scalano gradi di difficoltà propedeutici alle pareti alpine e alle torri dolomitiche, mentre l’acqua del torrente Rosandra nei millenni ha scavato una sorta di canyon che può essere tante cose: rifugio dalla contemporaneità, refrigerio dalle canicole estive ed elogio della contemplazione.


In certe giornate di inizio primavera sembra quasi di poterla toccare, Trieste.

La sensazione generale (forse più un timore della modernità) è che una volta giunti nella prima periferia triestina ci si possa perdere. A dire il vero l’orientamento non può venir meno, visto che l’area urbana è sempre ferma, laggiù, a guisa di bussola. Seguendo le vie dei boschi a nord della val Rosandra si incontra l’abitato di Basovizza e, poco più a sud ovest, il bosco al Cacciatore, polmone verde della città che si estende da Longera fino al viale XX Settembre. In quest’area boschiva, tra querce e pini neri, il passeggiare è più incline ad un dolce far niente, accompagnati dal gorgoglio delle acque del torrente Farneto o Starebrech. Agrifoglio e mazze da tamburo (funghi tipici dell’autunno), l’asparago selvatico e il giallastro dell’arenaria, compongono un paesaggio tutt’uno con il Carso, eppure ad un tiro di schioppo dal centro abitato.
A due passi dall’ateneo si trova monte Fiascone (detto Metlika in lingua slovena), da dove si può agilmente raggiungere l’enorme parco urbano di villa Giulia. Nelle sue vicinanze sorgono le cosiddette case degli americani (numerosi sono i rioni che possiedono ancora queste costruzioni, derivanti dal periodo del Governo militare alleato, nel secondo dopoguerra) e all’interno del parco venne costruito anche un campo che assomiglia, nella forma, al più classico diamante del baseball. Lì dentro, tra caprioli che si abbeverano in uno stagno naturale, sopravvive una forma antica di relazione con la città. Si è distanti, vero, eppure così vicini che in certe giornate di inizio primavera sembra quasi di poterla toccare, Trieste.
La verde corona prosegue verso nord ovest, con le lingue dei boschi sopra il rione di Gretta (dove i giovani si divertono a costruire rampe di legno e, pedalando con veemenza, ritardano come possono l’ingresso nel mondo degli adulti), gli abitati di Pis’cianzi e la meravigliosa biodiversità di bosco Bovedo, area protetta grazie al regime di tutela previsto da Natura2000 e che viene annoverata tra i boschi più affascinanti di tutto il Friuli Venezia Giulia. Tra il bosco Bovedo e la zona della strada Napoleonica, ci sono cippi nascosti (ormai dimenticati) di una ferrovia costruita dagli Asburgo, ma anche pozzi realizzati per riuscire a sopperire all’assenza di risorse idriche. Le cose più importanti abitano spesso le profondità, quasi mai rimangono in superficie.

Ma è nel rione di San Giovanni che si trova uno dei parchi urbani che più d’altri merita un posto nel locale Olimpo: il parco dell’ex ospedale psichiatrico è oggi uno dei gioielli di rigenerazione urbana mai realizzati a Trieste. Lì dentro per decenni l’elettroshock ha raso al suolo coscienze la cui unica colpa era quella di essere diverse, o giudicate pericolose dai normali. Con l’arrivo di Franco Basaglia i “matti” sono stati liberati e le mura del manicomio sono state, non solo simbolicamente, abbattute. Dove un tempo regnavano fibrillazioni e contenzione, oggi vi è un formicaio di studenti dell’università, sedi di cooperative, studenti di istituti di lingua slovena, ma anche un ristorante e uno tra i 600 roseti più belli d’Europa. Migliaia di rose prese d’assalto da sciami d’api, mentre in primavera è facile imbattersi in musica dal vivo, letture contemporanee e degustazioni di vini bianchi del Carso. Quando il sole tramonta, nelle sere di maggio, il profumo del mare si sente fin qui.