
In questo affascinante conglomerato urbano dove le particolarità culturali mettono a freno gli ismi di ogni genere, sopravvive il perenne rischio di prendersi quasi sempre troppo sul serio.
Nella città dove ogni cosa sembra dover resuscitare il passato remoto, doloroso o significativo che sia, ridere alleggerisce l’anima dal fardello della serietà. Trieste è una delle patrie del witz, spazio geografico e spirituale che pone al primo posto, come molto spesso accade dove le sofferenze han lacerato le memorie, l’autoironia.
Il grande motore di questo modo di essere è il dialetto triestino, attore che in città gode di ottima salute e di buona proiezione nelle generazioni future. Un esempio su tutti è quella propensione, anche nell’era dei social e del digitale, a comunicare nella piazza pubblica della rete, nella lingua tagliente dei triestini. A volte biforcuta, a volte frizzante, la capacità espressiva dialettale si è tradotta al resto della penisola –e fatta conoscere fuori dai suoi confini–, grazie a personaggi che affondano le proprie radici quassù, dove tutto è più complicato che altrove.
“A Milano son el paron, a Trieste quel mona de bechèr”. Parole in libertà del grande Nereo Rocco, primo allenatore italiano ad alzare, nel 1963, l’allora Coppa dei Campioni. Wembley è il teatro di quell’impresa e se Rocco gestisce l’undici da bordo campo, a guidare l’orchestra milanista in campo è Cesare Maldini. Triestino, sì, anche lui. Ma leggendarie diventano le sue interviste, accento marcato e difficilmente eliminabile, nel dialetto di casa. Espressioni che lo trasformano in una leggenda della comunicazione –non con i crismi attuali, sia chiaro– e in un mito della leggerezza.
Il prendersi poco sul serio non sempre è onesto e il confine tra la battuta di spirito e un malcelato razzismo è molto sottile. La Cittadella è stato inserto de Il Piccolo per decenni e per moltissimo tempo ha rappresentato il moto di divertissement della Trieste borghese, bisognosa di una simbologia dello sbeffeggio altrui. Tra mille sketch che prendevano per i fondelli la classe politica locale, e un onnipresente sberleffo al potere, ecco che venivano proposti personaggi che facevano il verso alla comunità slovena. Druse Mirko era uno di questi. Soggetto legato al mondo contadino, all’antifascismo militante e impiantato in territorio carsico, Druse Mirko strizzava l’occhiolino a espressioni caustiche nei confronti del mondo sloveno. Oggi, a distanza di anni, quel personaggio potrebbe far sorridere ancora da qualche parte, ma forse sarebbe meglio guardare avanti.
Mille i witz che si scoprono nelle osterie, vere e proprie ondate di buonumore – non cercatele nei ristoranti del centro, uscite in periferia, perdetevi nel marasma del caos allegro.
Il controcanto lo esibisce il duo Carpinteri e Faraguna, nell’olimpo della risata nostrana, questa volta in salsa istroveneta. La lunga serie di libri raccontati nella collana conosciuta come “Le maldobrie” trasporta il lettore nel periodo imperialregio grazie soprattutto alla coppia più divertente della letteratura altoadriatica. Si tratta di sior Bortolo e siora Nina, marito e moglie capaci di baruffare su tutto ma anche di produrre rispettivi ragionamenti –una sorta di parità di genere che da queste parti è più antica che altrove–, che gettano il lettore in una dimensione al limite della fantascienza. Il rimbalzo continuo di affermazioni e di prese di posizione dà ritmo alla narrazione e accelera il battito del cuore. “Ben, bon, indifferente” è ripetizione che esprime impazienza in una dimensione comunicativa condivisa, eppure patrimonio delle generazioni passate.
“I veci bisognasi coparli de pici”. Il dissacrante slogan è frutto della mente geniale di Angelo Cecchelin, comico a tutto tondo di inizio Novecento e che durante il fascismo non si sottrae alle critiche verso il regime dei gerarchi. Colleziona decine di diffide, sospensioni lavorative e processi: in uno di questo finisce davanti al Tribunale speciale. Ma se nel passato ciò che non si può esprimere finisce sotto censura, la contemporaneità vive slanci brillanti.
Pupkin Kabaret è simbolo dell’irriverenza domača (nel dialetto casalinga, di prossimità). In scena dal lontano 2001 con cadenza oggi quindicinale, rappresenta una sorta di laboratorio teatrale-musicale permanente capace di alternare satira politica al teatro comico. Tra gli attori sul palco del Pupkin ogni tanto si vede anche Paolo Rossi, comico monfalconese di nascita, apolide per carriera e triestino in vista del buen retiro. Mille i witz che si scoprono nelle osterie, vere e proprie ondate di buonumore – non cercatele nei ristoranti del centro, uscite in periferia, perdetevi nel marasma del caos allegro. Perché il senso non sta nei tantissimi teatri cittadini: Trieste è essa stessa un palco dove da sempre ci si esibisce nello show della vita.
Che dire poi di Lelio Luttazzi, di Ave Ninchi, ma anche degli attuali Pintus e Maxino, oltre a Flavio Furian e a tutti quelli che, per non rimanere fagocitati dal peso della Storia novecentesca, preferiscono ridere. Fa bene a chi le battute non le capisce o a chi vorrebbe eliminarle. Sì, anche a ti, gnampolo.